Carcere, a Bologna la zona Covid della Dozza è satura: “Subito test per tutti”

La casa circondariale bolognese registra 10 nuovi casi di contagio da coronavirus: con 15 accolti, la zona riservata ai detenuti positivi è piena. Nicola D’Amore (Sinappe): “Si provveda a screening a tappeto”. E i detenuti del giudiziario da un mese non godono dell’ora d’aria

Carcere, a Bologna la zona Covid della Dozza è satura: “Subito test per tutti”

Nel carcere di via del Gomito ci sono i detenuti del reparto giudiziario che da un mese non godono dell’ora d’aria, chiusi h24 nelle loro camere detentive. Ci sono dieci nuovi detenuti positivi al coronavirus, che vanno ad aggiungersi ad altrettanti detenuti – tra cui il 76enne morto lo scorso 2 aprile: era ai domiciliari all’ospedale Sant’Orsola –, a venti professionisti del personale sanitario e a due agenti penitenziari contagiati dal Covid-19 nelle scorse settimane. E poi ci sono le misure alternative, concesse dalla magistratura a un cospicuo numero di persone: “È un momento difficile e molto complicato – riassume Nicola D’Amore, agente della Dozza di Bologna ed esponente del Sinappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria –. I contagi aumentano quotidianamente, da settimane chiediamo tamponi e test a tappeto. Al momento ha eseguito il tampone solo il 20 per cento del totale, tra detenuti e agenti. Troppo pochi, e intanto la zona Covid del carcere, l’ex infermeria predisposta per accogliere i detenuti positivi, è satura: accoglie 15 detenuti. I numeri sono fortemente sottostimati: come si può pensare che siano solo due gli agenti contagiati? Noi siamo gli untori, lo sappiamo bene: chissà quanti asintomatici ci sono. Ma continuiamo a lavorare qui, e poi a uscire, per tornare a casa o fare la spesa: dobbiamo essere controllati”.

Come altri istituti penitenziari italiani, anche la casa circondariale Rocco D’Amato è stata teatro di una rivolta: era il 9 marzo, piena emergenza sanitaria. Tra le cause scatenanti, il blocco dei colloquio e la richiesta di tamponi per tutti. Molti detenuti del giudiziario coinvolti, numerosi intossicati e alcuni ricoverati. Nel bilancio, anche una vittima, morta forse per avere assunto un mix letale di medicinali recuperati in infermeria durante gli scontri. Da allora, parte della popolazione detenuta è stata trasferita – a partire dai protagonisti dei tragici eventi –, mentre chi resta si trova a fare i conti con spazi tuttora inagibili, a partire da quelli comuni (in questi giorni dovrebbero riaprire i passeggi a sezioni alterne, compatibilmente con la gestione dell’emergenza sanitaria, ndr). “I detenuti della sezione giudiziaria da oltre un mese non possono usufruire né dell’ora d’aria, né degli spazi comuni. La situazione è insostenibile: nei corridoi vedo fantasmi, volti pallidi ed emaciati. Lo stesso garante nazionale Mauro Palma ha inviato una lettera per denunciare la situazione – continua D’Amore –. Sì, si sta procedendo con le sanificazioni e la ristrutturazione, ma in presenza delle persone, costrette dunque a respirare le sostanze tossiche dei trattamenti. Dramma nel dramma, alcuni dei detenuti protagonisti della rivolta dopo il trasferimento sono risultati positivi – continua D’Amore –. Questo però non è bastato a convincere l’amministrazione sulla necessità di controllare tutti. E pochi giorni dopo sono stati registrati una ventina di casi positivi tra il personale sanitario”.

Come rispondere, allora, a questa emergenza? “C’è chi, addirittura, ha parlato di costruire nuove carceri. Certo questo potrebbe rispondere al problema del sovraffollamento, ma credo che, sul breve periodo, non possa essere questa la strada da intraprendere: meglio pensare a un adeguamento di quelle esistenti. Tanto per cominciare, sarebbe utile avere le docce nelle camere detentive, per evitare gli assembramenti nei locali comuni. In alcuni bracci questa misura è già prevista, e le cose, lì, vanno meglio. Sì anche alla promozione di misure alternative: da questo punto di vista, va detto che l’impegno della magistratura è stato subito convinto e produttivo. Fortunatamente anche gli ingressi oggigiorno sono limitatissimi. E poi servono test per tutti, subito. Per adesso ci hanno detto che sì, saranno fatti, ma non si sa quando. Purtroppo, però, le carceri non sono ai primi posti dell’agenda politica: non lo sono dal 1986, anno della legge Gozzini. È ora che la politica faccia la sua parte, anche correndo il rischio di fare scelte impopolari: perché, per esempio, non pensare a uno sconto speciale di pena? Perché non realizzare spazi fuori dal carcere dove accogliere i detenuti positivi, oppure coloro che possono godere di misure alternative ma non sanno dove andare? Le ex caserme, per esempio. È assurdo che nessuno dei governi che si sono succeduti abbiamo pensato a opzioni simili. Ma adesso, piaccia o no, tutti i nodi sono venuti al pettine”.

Ambra Notari

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)