La giustizia riparativa e la pratica della mediazione comunitaria e penale

Intervista a Piera Buccellato del centro diaconale valdese La Noce che a Palermo si occupa di accompagnare le persone in un percorso graduale di consapevolezza e responsabilità

La giustizia riparativa e la pratica della mediazione comunitaria e penale

Accompagnare e sostenere la persona che ha compiuto degli errori di varia natura (civile o penale) in un percorso graduale di consapevolezza, responsabilità e riparazione del danno  a se stessi, alla vittima e a tutta la comunità. E' quello che cerca di fare il percorso di giustizia riparativa con l'attivazione al suo interno dell'importante strumento della mediazione comunitaria e penale. A parlarci di questo è la coordinatrice di Casa Vale La Pena Piera Buccellato, pedagogista, criminologa e mediatrice comunitaria e penale del Centro diaconale valdese La Noce.

Nei giorni scorsi il centro diaconale La Noce ha rinnovato la firma del protocollo d'intesa.
Sì, è stato firmato il protocollo d'Intesa, tra il centro ed il comune di Palermo, per rinnovare l'impegno nei percorsi di giustizia riparativa e mediazione dei conflitti. Da anni, infatti, ci occupiamo, insieme all'unità operativa giustizia riparativa e mediazione del comune di Palermo, di avviare dei percorsi di giustizia riparativa all'interno di alcuni quartieri di Palermo.

In quali quartieri avete operato?
Negli ultimi anni, ci siamo impegnati molto nei quartieri Danisinni e Albergheria. Nello specifico, in circa 3 anni nel quartiere Danisinni - una realtà molto chiusa dal resto della città - è avvenuta la formazione di alcune donne, diventate coraggiosamente delle antenne sociali del territorio con l'apertura di uno sportello di mediazione e di giustizia riparativa. Nel quartiere Albergheria, invece, dopo 2 anni, è stato portato avanti un complesso e delicato lavoro di ascolto in termini di mediazione comunitaria che ha portato alla nascita dell'associazione Sbaratto composta da alcuni storici 'mercatari' venditori ambulanti. Si è aperta, in questo modo, una strada di possibile risoluzione dei conflitti sociali tra le diverse anime del mercato popolare con l'avvio anche di un percorso di regolamentazione che è ancora in corso di evoluzione. In tutti e due i casi le persone del quartiere sono diventate attori sociali in grado di generare il cambiamento, mettendosi con l'aiuto dei professionisti, in dialogo ed in ascolto dei diversi bisogni e interessi  per il benessere del loro territorio. Una volta innescato il processo il mediatore deve prendere le distanze ed essere 'biodegradabile' affinchè la comunità cammini da sola.

Il rinnovo del protocollo vi porterà in altre zone della città?
Certamente sì. Per il momento, si stanno individuando altre realtà che hanno chiesto di attivare percorsi di questo tipo. Siamo, quindi, in una fase di programmazione.

Qual è il ruolo della mediazione comunitaria?
E' una pratica della giustizia riparativa che mette al centro e cerca di valorizzare e curare la relazione conflittuale tra le persone nella prospettiva di crescita del benessere personale e collettivo di tutta la comunità. La risoluzione dei conflitti porta al desiderio responsabile di impegnarsi concretamente per fare delle cose insieme. L'impegno dei percorsi di mediazione è quello di riuscire a condurre le persone, che si sentono riconosciute, perché ascoltate e viste nei loro diritti e nei bisogni, a pensare ad un futuro diverso per la realtà in cui vivono. Si generano in questo modo delle attività partecipative, propositive e costruttive  che nascono tutte dal basso.

L'altro ambito è quello della mediazione penale.
In virtù sempre del protocollo, favoriamo e seguiamo in vario modo, l'incontro tra l'autore di reato e la vittima. La segnalazione viene fatta dalla procura che invia all'ufficio di mediazione e giustizia riparativa il fascicolo. Gli incontri di mediazione si svolgono nell'ufficio comunale di mediazione. Ci si preoccupa di contattare intanto la vittima adulta o se minorenne interpellando pure i genitori. La stessa cosa si fa nei confronti della persona autrice del reato. L'incontro di mediazione penale, che non è sempre facile, consente, per quanto possibile, di 'scongelare' a poco a poco il ruolo della vittima e il ruolo dell'autore del reato. Si cerca di restituire dignità in chi ha subito il reato ma anche in chi l'ha commesso. Chiaramente, occorre avere il consenso e la piena libertà della vittima e del reo: in alcuni casi si può fare anche un incontro tra l'autore del reato e una persona che è stata vittima di un reato simile. Nell'ottica dell'equo-prossimità avviene un avvicinamento tra vittima e reo che provano ad entrare in relazione.

Avete operato in questo senso anche dentro il carcere?
Sì, con l'associazione Spondè abbiamo avviato dei percorsi di giustizia riparativa dentro il carcere Ucciardone e al Pagliarelli. Questo ha permesso a questi detenuti di sentirsi riconosciuti come persone. E' possibile con l'autorizzazione della magistratura di sorveglianza, anche l'incontro con la vittima in un'area specifica del carcere. Con i detenuti si può avviare un percorso di giustizia riparativa con l'intervento di tre mediatori che si impegnano in maniera corale. Il percorso che si intraprende a livello personale può anche non portare all'incontro di mediazione con la vittima.

Perché è importante il percorso di giustizia riparativa?
Perché, oltre alla violazione di una norma, la persona che commette un reato nei confronti della vittima viola la relazione con le altre persone della collettività. Nella persona detenuta avviene, quindi, attraverso l'ascolto, un percorso che porta alla sua consapevolezza e alla responsabilità per il danno che ha arrecato agli altri e alla società. E' molto importante in questo senso ricucire i legami sociali.

Al centro diaconale avete, inoltre, Casa Vale la Pena?
Sì, questa è una realtà che accoglie 5 persone sottoposte a misure penali alternative. Nel 2015 è nata come forma di co-progettazione con l'Uepe (Ufficio di esecuzione penale esterna). Per la persona, segnalata dall'Uepe o dagli avvocati, l'obiettivo è quello del reinserimento sociale. In particolare, attraverso una serie di azioni, ci facciamo carico della persona detenuta affinchè possa cambiare vita con un lavoro, con la possibilità di avere dei documenti per l'accesso ai servizi se immigrato, con la formazione professionale o scolastica e con altre opportunità. Nella casa, si crea un piccolo microcosmo formato dal gruppo, a volte anche di culture e nazionalità diverse, che riesce a vivere insieme. Anche dentro la Casa stiamo favorendo dei percorsi di giustizia riparativa con il supporto dei mediatori dell'ufficio di mediazione di Palermo. Siamo sempre davanti a una nuova possibilità che diamo alla persona che ci fa avvertire quanto privilegiato, delicato e prezioso sia il lavoro che facciamo. A volte, è necessario andare oltre la lettura delle carte per favorire l'incontro, l'ascolto e la relazione di fiducia che genera il cambiamento. Nel nostro contesto protetto ci rendiamo contro che la persona, vivendo in un piccolo gruppo, migliora visibilmente, a poco a poco. Tutto questo, oltre a darci una bella soddisfazione sul piano umano e relazionale, ci sprona ulteriormente ad andare avanti in questa direzione.  

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)