Dall'ingegneria all'alpeggio. Tra fede, curiosità e passione

Piergiorgio è il casaro della famiglia Agostini. In tasca ha una laurea in ingegneria informatica conseguita all’università di Padova. La decisione di seguire il fratello Alberto nell'avventura della malga è stata immediata, senza esitazioni. 

Dall'ingegneria all'alpeggio. Tra fede, curiosità e passione

La pioggia ha iniziato a cadere fitta e continua dall’uscita dell’autostrada, a Belluno. Longarone, con i suoi stabilimenti industriali, segna il confine tra le velleità della pianura e la montagna più vera. La provinciale 251 prende a salire quasi subito, tra le curve. Proprio al bivio in cui diventa "del Passo Giau", si erge la malga dei fratelli Agostini. L’han chiamata Milchhof, che letteralmente è il centro di raccolta del latte, la loro bella stalla con caseificio annesso. Una quarantina di bestie brune, tutte con eleganti nomi di signora, producono seicento litri di latte al giorno che Piergiorgio trasforma in formaggi e ricotte.

Piergiorgio, il più vecchio, è il casaro della famiglia Agostini. In tasca ha una laurea in ingegneria informatica conseguita all’università di Padova. La decisione di seguire il fratello Alberto nell'avventura della malga è stata immediata, senza esitazioni. A dargli retta, pare avesse già capito che aria tirava nel mondo del lavoro e che ingegneria non gli avrebbe aperto chissà quali opportunità, in realtà sotto la dura scorza del fratello maggiore si nasconde l’animo di chi, lontano dalla montagna, non saprebbe mai stare.

È una scelta coraggiosa quella che i due fratelli compiono poco più che ragazzi, nel 2003: costruire da zero una stalla e dedicarsi anima e corpo all'allevamento di una mandria di vacche brune da latte. Ci vuole la follia dei vent'anni, come dicono loro, per decidere di caricarsi sulle spalle il peso di un mutuo e il destino di una famiglia.

Vengono gli anni dell’impegno, della forza di diventare adulti, quando le prime vacche iniziano ad affollare la stalla ma il fienile ha ancora da venire e il foraggio giace sotto i teloni di nylon, nella speranza che la stagione sia clemente. Non è l’alpeggio delle favole, fatto di caprette e di monti acquerellati, è la Selva (di Cadore) per definizione che si affronta e si vince solo con passione e impegno.

Di passione, il minore degli Agostini, ne ha da vendere. È sua l’idea dell’impresa, è lui il primo a cominciare e a coinvolgere il maggiore. S’arrangia a far tutto, forte di un diploma da perito e di una scaltra manualità costruisce e ripara alla bisogna. S’arrangia, si ingegna, rimette in piedi anche la latteria sociale del paese come dopolavoro, dormendo fino a tre ore per notte.

Ha lo sguardo innamorato dei fanciulli, Alberto, quando lo metti tra le sue vacche. Spunta da sotto un macchinario agricolo mezzo smontato, riemerge da una giungla di ingranaggi con la tuta da meccanico e la chiave a bussola come compagna, le mani sporche di grasso e un sorriso stampato in faccia che il pizzetto lasciato incolto sul mento stenta a racchiudere.

Sorride alla vita e al lavoro, che non lo spaventa. Ogni giorno è fatica, dedizione. Alberi da abbattere, legna da tagliare, fienagione da seccare e mettere al sicuro per l'inverno. Il trattore s'inerpica sui pendii scoscesi, il motore arranca, il carico pesa. Esser giovani in montagna è una condanna che non ammette amnistie, bisogna meritarsi ogni soddisfazione, fosse anche solo il tepore di un paio di ciocchi che ardono nella stufa.

La vita poteva riservagli un futuro in fabbrica, operaio specializzato come il padre, relegando pascoli e bestie alle passioni del tempo libero, ma Alberto non è uno di quelli che puoi chiudere in un'officina ad aspettare che l’orologio segni l’ora della pensione. A pensarci con la testa dei 35 anni, rischia di biasimare lo scriteriato ventenne che fu e quella fretta maledetta di fare mutui e impegnare l’esistenza. Che cos’era quello slancio, quella smania di fare e costruire, di abitare i monti come in quel disegno di bambino in cui si vedeva grande, a raccogliere il fieno?

«Ogni tanto capita il momento in cui mi domando chi me l’abbia fatto fare – chiosa Alberto Agostini, mentre si assicura che il foraggio sia distribuito uniformemente nella mangiatoia – magari una vacca partorisce e il parto va male, magari sei qui di notte e devi prendere una decisione dolorosa, son cose che possono succedere. Ogni tanto mi capita di pensare che, tornassi indietro, non lo farei più… però poi è bello quando, l’estate, sfalci i prati e vedi che stai facendo un bel fieno; o la vacca partorisce un bel vitello. E poi è bello quando vai consegnare i prodotti e la gente è contenta, o quando torni dall'alpeggio e vedi che c’è la coda di clienti fuori lo spaccio».

Fanno centinaia di chilometri per venire a comprare i loro formaggi, alcuni partono appositamente dalla pianura per riempire il bagagliaio di forme e tagli sottovuoto. Esistono ancora i pellegrini del buon mangiare, eredi di quel Viaggio che per primo Mario Soldati raccontò alla televisione, che risalgono le valli alla ricerca dei cibi genuini. Fermano la macchina in collina, riempiono il baule di damigiane di ottimo vino e poi proseguono per le Alpi, dove il latte è ricchezza ineguagliata, per ritornare a sera nelle città della Bassa carichi di profumi e sapori come viaggiatori dei tempi andati.

Piergiorgio Agostini, dei due è quello riflessivo. Lo capisci subito dai modi schietti, a tratti spicci, con cui ti accoglie nel suo regno. È padre di una bella bambina e, a differenza del fratello che vive nei pressi della stalla, ha preso casa in paese. A dar retta al maggiore, la vita è molto pratica: il latte si lavora, si trasforma in ricotte e formaggi e poi si stagiona. La rivendita è la seconda porta a sinistra.

Ingegnere era e ingegnere è rimasto, verrebbe da pensare. Ritto in cima al macchinario per la cagliata come un nostromo dei romanzi di Stevenson si sarebbe issato dal castello di prua, comanda con gesti decisi a una brigata di cui è l’unico componente. Parla poco, l’ingegnere, e par quasi che il lavoro sia per lui unicamente la somma di gesti ripetuti e ritmi controllati.

Non è vero, non è così semplice, e ci pensa il fratello a ricordarglielo quando ci si sposta nella sala di stagionatura. Lassù, nell'ultima scansia raggiunta appena dalla timida luce della lampada, ci sono delle forme strane. Sono gli esperimenti, gli erborinati e altri sfizi, che l’ingegnere produce quand'è preso dal fervore dell’alchimista. Ci prova e ci riprova, come già fatto con altri prodotti in passato, segno che il lavoro non è solo occupazione ma fede, curiosità e la passione che scorre viva, come l’acqua fresca dei ruscelli di montagna.

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