Testo finale del Sinodo. "Richiamo" agli adulti

Il grazie dei giovani per le tante esperienze in cui hanno respirato “la bellezza del credere” richiama le comunità, adulti in primis, a mettere il Risorto al centro della propria vita. 

Testo finale del Sinodo. "Richiamo" agli adulti

«Credere in Dio è per noi prima di tutto un “sì” personale. Un sì che abbiamo potuto dire anche grazie alle nostre famiglie, alle nostre comunità parrocchiali, ai movimenti o associazioni, come Azione cattolica e scout, in cui abbiamo sperimentato la presenza di Dio. Siamo grati per esperienze che hanno segnato il nostro cammino... Ci hanno fatto crescere, in esse abbiamo respirato la bellezza del credere e abbiamo sperimentato condivisione, amicizia, incontri autentici».

Quando queste parole sono risuonate in Duomo, durante la veglia di Pentecoste, c’è stato un fremito in non pochi adulti presenti. Il riconoscimento e il grazie sono arrivati come una carezza sul volto di tutti coloro (laici, religiosi, preti), che in questi anni hanno avuto a cuore e si sono spesi per la trasmissione della fede, nelle comunità cristiane della nostra diocesi. In poche righe la nuova generazione, che oggi si appresta a ricevere il testimone, rende omaggio a chi l’ha accompagnata lungo cammini, a volte pianeggianti altre volte incerti e scoscesi, dove realmente ha “respirato la bellezza del credere”. 

Ma proprio in virtù di questo rendimento di grazie, i giovani del Sinodo sentono la necessità di richiamare le comunità stesse, perché mettano con più decisione al centro della loro vita l’incontro con Gesù, il Risorto. Un incontro, quello con il Signore, che si fa annuncio di vita buona, di vita piena. È un richiamo forte che i giovani fanno a noi adulti: riscoprire la gioia di stare con il Signore, come l’essenziale del nostro esser chiesa tra le case di un territorio. Altrimenti nella comunità, nonostante tutte le buone intenzioni la fede diventa solo un impegno; la testimonianza, un’agenda di incontri e attività pastorali; l’appartenenza, lo stare dentro (o fuori) dal “recinto”; e i luoghi della comunità, solamente dei beni immobili da gestire.

Sarebbe fuorviante leggere questo richiamo come un rimprovero, quando invece è un invito forte a credere in ciò che si proclama e a vivere con convinzione ciò che si insegna. La visione è quella di una chiesa che confida nel Signore e nei suoi doni, che in primo luogo sono le persone che lui chiama a sé. Ed è la comune chiamata del Padre, il battesimo, che ci rende fratelli. 

È bello che la fraternità, tema di quest’anno pastorale, sia coniugato nella lettera dei giovani secondo le sfumature del chiamarsi per nome, del prendersi cura di ciascuno, dell’accoglienza e della stima reciproca. Sono gesti familiari, che nella loro semplicità fanno profumare di Vangelo la comunità. A noi adulti spetta di lasciarci coinvolgere in questa avventura. Un primo passo, ma decisivo, che ci viene chiesto è quello di coltivare la corresponsabilità intergenerazionale: maggior fiducia nei più giovani e creare tempi e modi perché fattivamente partecipino nelle scelte di fondo della comunità. Come si fa in famiglia quando i figli crescono.

Stefano Bertin

vicepresidente del Consiglio Pastorale Diocesano

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