Giornalisti "in quarantena"

Il tempo scorre lento e veloce insieme e questa quarantena sembra davvero un tempo sospeso che non vede orizzonte. In mezzo c’è tutto perché, nonostante il silenzio, la vita scorre e qualche volta finisce anche. Sono giorni dolci e amari. Giorni in cui riscopri radici e speranze. Giorni che si consumano apparentemente sempre uguali dove la natura fa da segnatempo e ti ricorda che la primavera è qui e vale la pena viverla.

La chiamata al 118 ci ha catapultati su una giostra da cui era impossibile scendere. Le salite ripide fatte di ansia, attesa, preoccupazione, telefonate che non arrivavano mai. Le discese liberatorie dei messaggi degli amici, del “Ce la farete”, della spesa lasciata sul cancello. E poi c’è il giro della morte: quella notizia improvvisa che ti toglie il fiato: «Mi hanno messo sotto ossigeno». 

In questi giorni di isolamento sono stato nell’appartamento di un mio amico che è appena andato a convivere con la sua ragazza; mi sono emozionato nel vedere la figlia, nata appena un mese fa, di un amico che conosco da più di 20 anni e che vive in Toscana; ho visto un’amica condurre un telegiornale in prima serata dopo tanti sacrifici; ho visto la pancia della ragazza di mio cugino all’ottavo mese di gravidanza. Il tutto stando a casa. 

 Le giornate si riempiono di piattaforme di tutti i tipi: per la didattica, per il lavoro, per le video o live chat. Tutto questo servirà a rinsaldare la famosa alleanza scuola-famiglia? A dare valore a quel patto educativo di cui tanto si sente parlare? E in tutto questo...i giga (sì, proprio i giga, quelli di internet, della connessione) hanno un qualche valore?

Ci sono abitudini capaci di scandire la giornata, creando un prima e un dopo. Routine consolidate che si perpetuano in gesti semplici, come prendere il caffè a metà mattina.

Giorni apparentemente tutti uguali: il lavoro procede, la scuola va avanti, a distanza, si cucina, si gioca, si legge. Ma ogni tanto questa nuova routine si rompe. E...non ho voglia di fare nulla! Capita a me, capita ai miei figli. Poi qualcosa fa prendere alla giornata una svolta diversa. E alla fine si riesce sempre a sorridere!

Da giornalista freelance il mio studio è la scrivania in taverna e molte riunioni quotidiane di redazione sono con il mio cane che, quasi sempre, mi asseconda. Non ho orari e ogni giorno mi tuffo in articoli differenti. Possono sembrare anticorpi sufficienti per l'isolamento forzato, ma mi sbagliavo. Manca la parte centrale della mia vita e del lavoro: girare vorticosamente ed essere a contatto con le persone e assorbire le loro storie. 

Da alcuni anni non mi concentravo su me stessa, non percepivo più di cosa il mio essere aveva bisogno e passavo tutto il tempo a occuparmi delle esigenze degli altri: familiari, amici e lavoro. La quarantena forzata è un prezioso momento di riflessione e recupero dei miei bisogni anche se l'essere costretti in casa inizia a pesare sulla mia mente.

Il tempo passa e la consegna per tutti è #iorestoacasa. Bene. Facciamo questo sforzo così forse ce la caviamo prima. Finite le passeggiate, si pedala ascoltando musica e si cucina tra un battibecco e l'altro perché se non si mette un po' di pepe sulla carne e nella coppia che gusto c'è? 

Prima di quella telefonata il Covid-19 faceva parte della storia di qualcun altro. Poi ha fatto irruzione in famiglia, dettando le sue nuove regole. Ed è stato come cambiare canale: ci siamo scoperti attori di un film un po’ comico, un po’ drammatico e sicuramente sentimentale di cui non conosciamo il copione. 

L’ultimo giorno in libertà è stato un sabato bellissimo. Una giornata perfetta fino a cena, fino al momento di pagare il conto. C’era il sole, un primo vero annuncio di primavera, e la voglia di respirare nella natura era tanta. Siamo partiti con calma, a metà mattina, per raggiungere l’oasi di Cervara a Quinto di Treviso, che secondo mio marito apriva proprio quel giorno, e lì avremo trovato le cicogne. L’idea era grandiosa quindi partenza.

Chi avrebbe mai pensato che un succulento pancake potesse essere l’ultimo cibo gustato all’aperto, fuori, insomma non isolato a casa e in "quarantena"? Ma dietro a questa foto c'è anche una storia di due amici, quotidianamente distanti oltre 700 chilometri, che fugacemente si sono abbracciati e rivisti per un paio di giorni. Proprio i giorni dopo l'ufficialità del Coronavirus in Veneto