La vita in carovana di don Alberto Gonzato. «Dagli zingari ho imparato l'amore»

Don Alberto Gonzato, ha condiviso la sua vita e il suo ministero con rom e sinti fin dagli anni '60. Un prete con la tonaca nelle carovane nomadi: «Mi guardavano con tanto d'occhi, ma per me nessuna sorpresa. Avevo semplicemente incontrato questo mondo».
La sua storia, dalla Difesa di domenica 28 gennaio.

La vita in carovana di don Alberto Gonzato. «Dagli zingari ho imparato l'amore»

Quella rivoltella a tamburo don Alberto non se la leverà mai dalla memoria.
Certo, uno dei sei proiettili pronti per essere esplosi era destinato a lui. Ma quell’arma, in definitiva, lo colpì con una dimostrazione d’amore che continua ancora oggi. E che lo ha cambiato per sempre. 

Una vita con gli zingari - come li chiama lungi dall’ipocrisia del politicamente corretto - e pensare che don Alberto Gonzato i rom e i sinti proprio non li ha mai cercati.

«Li ho trovati su un letto d’ospedale. Era il 1960 – racconta nella sua abitazione (letto, cucinino e libri) – Ero entrato al Barbarigo per un’influenza di mons. Contran. Sostituirlo per due conferenze, anche queste non certo cercate, bastò per diventare assistente spirituale. E sono ancora lì».
Fu la frattura alle gambe di un alunno di terza media a portare don Alberto in ospedale per la prima volta. Da lì nacque una catena di visite, di bimbo in bimbo e di letto in letto. «Mi chiedevo: è giusto far aspettare invano una persona che attende la tua visita? Finì che ogni sera ero in ospedale».

Finché in uno dei letti accostati dal sacerdote allora trentenne non arriva un ragazzino zingaro.
Viene il tempo della dimissione, ma bimbo e famiglia non hanno i mezzi per rientrare. Fu così che la carovana di stanza nel chioggiotto vide arrivare un prete in 500 e il bidello del Barbarigo alla guida del vecchio camioncino arrangiato con uno stramazzo nel cassone.
Un caffè, dopo aver superato il canale con il bimbo tra le braccia, spalancò a don Alberto le porte del mondo nomade che mai lo aveva sfiorato in precedenza.

«Spesso mi chiedono perché ho scelto di condividere la mia vita con gli zingari, sottendendo in questo una forma di eccezionalità. Ebbene, seppure in buona fede, la ritengo una domanda offensiva. Non ho scelto nulla, ho incontrato una realtà e mi sono chiesto quale fosse il suo significato», riflette don Alberto.

«Una volta scoperto un angolo del mondo per cui Cristo è morto, bisogna forse diventare eccezionali per comunicare a tutti la grande dignità che hanno in se stessi per essere stati salvati? La buona Notizia non procede per censi o per quartieri. Il popolo zingaro è una porzione del popolo di Dio come tutte le altre».

Inizia così un corpo a corpo: l’Annuncio non si fa a slogan, ma condividendo la vita.
Dormendo in carovana, mangiando in carovana (anche le budella di vacca bollite in secchi di ferro aggiustati a mo' di pignatte), festeggiando in carovana, ammalandosi in carovana.

Dopo uno sguardo al bollettino diocesano, il sacerdote è in curia da mons. Bortignon:
«Possibile che ogni realtà della chiesa e della città abbia un prete a disposizione e questi fratelli no?». L’abbraccio del vescovo Girolamo vale molto più di una nomina. Don Alberto fa di un 238 Fiat la sua casa: letto, tavolino e un tabernacolo.

Devla, Devla drago / Tu san zuralò. / Svetlis el ciralanza / Tu cherdàn le sià
Bastano pochi versi di un canto religioso in romanès per far comprendere quanto la presenza di Dio pervada la vita nomade. Una religiosità immediata, scevra da moralismi.
«Me l’ha insegnato una donna, i cui parenti mi hanno mandato a chiamare in un campo del Veneziano. Aveva due figli, viveva con suo marito, ma non poteva sposarsi. “Me marìo no’l prega”».
Tutti gli anni la stessa storia. Passando di sagra in sagra, chiedevano ai parroci di sposarli e questi li congedavano con un libretto. Ma l’analfabetismo gli impediva la lettura di quelle che per loro dovevano essere preghiere. «Chiesi a questa donna – ricorda don Alberto – perché continuasse così a farsi umiliare. “Padre – mi rispose – me pare che quando semo sposa’ davanti a Dio se volemo pi’ ben”. Nessuno mi aveva spiegato la teologia di san Tommaso in maniera limpida come questa zingara».

Durante le vacanze di Natale di una quarantina di anni fa, due studentesse andarono a trovare in carovana il loro “strano” prof di religione.
«Quel giorno trascuro la famiglia con cui stavo. Ma a ora di cena, mi mandano a chiamare, e vedo che sul tavolo c’è una torta con le candeline. “È per te, Alberto – mi ha detto il capo famiglia – Abbiamo visto che sei amato anche dai gagi (i non zingari, ndr), così sei ancora più importante anche per noi”. Una dimostrazione d’amore che mi ha sconvolto le viscere», racconta don Gonzato, commosso fino alle lacrime.

Esattamente come quel “bandito” inginocchiato ai suoi piedi a chiedergli perdono nella stessa osteria in cui gli aveva promesso un colpo in testa. E così torniamo a quella rivoltella carica, per una settimana, nelle mani di uno zingaro che considerava don Alberto un fratello: ma siccome non lo aiutava a uccidere la moglie, andava eliminato. «Anche da qui è passata la mia conversione, di uomo e di prete. E proprio per l’amore ricevuto, anzitutto da Dio, sono qui a raccontarlo».

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