Campi rom, a Roma 112 famiglie in casa popolare. “Nessuna corsia preferenziale”

I dati riguardano l’ultimo triennio e sono il frutto di percorsi ordinari scelti in autonomia dalle singole famiglie. A renderlo noto l’associazione 21 luglio che il 3 giugno presenterà l’Agenda Roma 2021 ai candidati. Stasolla: “Impietoso confronto con le sole 8 famiglie assistite dal costoso piano rom di questa amministrazione”

Campi rom, a Roma 112 famiglie in casa popolare. “Nessuna corsia preferenziale”

Superare i campi rom senza politiche “speciali”, ma in autonomia e con percorsi ordinari, è possibile e lo dimostrano alcuni dei dati contenuti nel documento “Agenda Roma 2021” che l’associazione 21 luglio presenterà ai candidati sindaco di Roma il prossimo 3 giugno alle 12 presso la sala stampa della Camera dei deputati. Un piano dettagliato, quello proposto dalla 21 luglio, che mostra ai candidati come sia possibile mettere fine alle “fallimentari politiche immaginate fino ad ora dalle amministrazioni comunali” attraverso un preciso cronoprogramma fatto di sei fasi e 16 azioni lungo un percorso di 4 anni.  “A Roma, sino ad ora, analisi e risposte relative alla cosiddetta questione rom sono state cercate nelle sale del Campidoglio, nelle aule universitarie, presso istituti di ricerca, nelle sedi associative, senza però mai consultare i diretti interessati - spiega Carlo Stasolla, presidente della 21 luglio -. Il mancato ascolto di questi ultimi ha reso di fatto inefficaci progetti diventati assistenzialistici perché calati dall’alto”. A ribaltare la prospettiva sono stati gli stessi residenti dei campi che “hanno trovato soluzioni attraverso percorsi ordinari, paralleli a quelle politiche speciali che hanno caratterizzato l’operato delle amministrazioni capitoline”, aggiunge Stasolla.Sono diverse le famiglie che in questi ultimi anni a Roma hanno lasciato i campi in maniera del tutto autonoma per andare a vivere in un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Percorsi ordinari - quelli documentati nei campi di Castel Romano, La Barbuta, Camping River, Candoni, Gordiani, Salone e Salviati - che fanno ben sperare. “Negli insediamenti oggetto dell’indagine, dal 2015 al 2020 si evince come siano state almeno 194 le famiglie, pari a 919 persone, che hanno regolarmente presentato in maniera autonoma la domanda per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica - spiega l’associazione 21 luglio -. Di esse, solo nel periodo 2018-2020, ben 112 famiglie, pari a 548 persone, hanno avuto l’assegnazione di un alloggio realizzando così il passaggio dal ‘campo rom’ alla casa muovendosi al di fuori del solco tracciato dal Piano rom”. Dati inediti e ancora parziali, chiarisce l’associazione, ma che mostrano già un “trend chiaro e inconfutabile” e “l’infondatezza dell’idea secondo la quale per le famiglie provenienti dai campi sia difficile o addirittura impossibile reperire un alloggio convenzionale principalmente a causa dell’intolleranza presente in città nei loro confronti”.  Percorsi ordinari che non hanno riguardato solo il tema abitativo: sono 153 i nuclei familiari (pari a 735 persone) che sono risultate in regola per essere beneficiarie del Reddito di cittadinanza, mentre sono 245 i nuclei (1.267 persone) che hanno fatto richiesta per ricevere il buono spesa dal comune di Roma durante la prima emergenza da Covid-19. “Al di là di quanto denunciato da slogan propagandistici, le assegnazioni degli alloggi di edilizia residenziale pubblica sono avvenute in assenza di qualsiasi corsia preferenziale”, spiega il rapporto. Dalle interviste condotte dall’associazione, inoltre, emerge come “la quasi totalità delle famiglie assegnatarie abbia mantenuto la propria abitazione senza decidere di fare ritorno nell’insediamento di origine”. Dati che quindi mettono in discussione anni di politiche inefficaci. “Negli ultimi 4 anni, per la fuoriuscita dei rom dai campi, il comune di Roma si è impegnato a formulare proposte di inserimento abitativo prevedendo formule speciali che vanno dal sostegno all’affitto al reperimento di immobili di proprietà comunale, dal rimpatrio assistito al trasferimento volontario in altre province, arrivando a impegnare cifre superiori ai 12 milioni di euro - spiega Stasolla -. Appare impietoso il confronto tra le 112 famiglie che sono uscite dai campi rom (tra il 2018 e il 2020, ndr) a costo zero per le casse comunali e senza alcun tipo di intermediazione pubblica e le sole 8 famiglie assistite sul versante abitativo dal costoso piano rom di questa amministrazione, con un precario e mai puntuale contributo all’affitto e una dozzina di milioni di euro spesi per progetti di inclusione”. Per Stasolla, il primo passo da fare è ascoltare chi vive nei campi. “Nelle politiche sociali la regola maestra è l’ascolto - conclude Stasolla -. Chi vive il problema è il primo a conoscere le soluzioni”.Giovanni Augello

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)