Copperman, il supereroe autistico che vuole cambiare il mondo

Il film del regista Eros Puglielli vede come protagonista un inedito Luca Argentero, un uomo che viaggia nel mondo con l’innocenza di un bambino e col cuore di un leone. E racconta l’autismo a modo suo

Copperman, il supereroe autistico che vuole cambiare il mondo

ROMA - È una fiaba a lieto fine “Copperman”, dove i buoni sono buoni anche quando nascondono un passato tempestoso e i cattivi mediocri e violenti usurai di provincia, mai sfiorati dal tarlo di alcun conflitto interiore. L’ultimo film del regista Eros Puglielli vede come protagonista un inedito Luca Argentero nei panni di Anselmo, un uomo con una leggera forma di autismo che, come l’impareggiabile Tom Hanks di Forrest Gump, fa della vulnerabilità la propria forza. Ma diversamente da Forrest nella pellicola di Robert Zemeckis, Anselmo è un vero supereroe, anzi è Copperman, l’uomo di rame con tanto di superpoteri reali che lo rendono invincibile quando, nottetempo, perlustra le strade del paese a caccia di ladri e rapinatori.

Come accade a ogni supereroe che si rispetti, anche i poteri di Anselmo nascono dalle sue difficoltà: l’autismo nella fattispecie, che con questo film si conferma parte integrante di una narrazione che fa della “diagnosi” un elemento strategico. Anselmo, infatti, non è semplicemente qualcuno che “viaggia nel mondo con l’innocenza di un bambino e col cuore di un leone”, come lo ha definito lo stesso Argentero. Le sue stranezze prendono la forma dell’ipersensibilità rispetto a suoni e colori, dei movimenti stereotipati, degli interessi particolari e ristretti. E infatti odia il giallo e il rumore dei piatti che sbattono, reagisce ai turbamenti dondolandosi avanti e indietro, resta ipnotizzato di fronte al cestello della lavatrice che gira e, soprattutto, si ciba delle avventure dei supereroi, grazie a una ricca collezione di fumetti conservati in un vecchio baule. Insomma, i sintomi dell’autismo ci sono tutti, e non a caso tra i ringraziamenti finali del film compare il nome del neuropsichiatra infantile Luigi Mazzone e il Centro Aita, specializzato nei disturbi del neurosviluppo: segno che la produzione ha voluto documentarsi prima di affrontare la rappresentazione di una condizione complessa come l’autismo.

La chiave di volta della pellicola però non è il disturbo dello spettro autistico, che serve caso mai a dettagliare l’incapacità di adeguarsi alle regole sociali del protagonista. Il tentativo sembra piuttosto quello di voler mettere a nudo la natura della stirpe dei supereroi, di cui Anselmo è un esponente a tutti gli effetti. “I supereroi, si sa, hanno dei super problemi, come quello di conoscere i propri poteri”, ha detto Argentero. “A volte basta la buona volontà degli ingenui per trovare una forza sovrumana. I poteri giungono dai luoghi più impensabili. Dal Tevere inquinato di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, da una maschera di legno in “The Mask” o da una sfortunata serie di eventi in “Deadpool”. Il vero supereroe, però, possiede il potere di diventare forte rimanendo normale. Rimanendo un po’ bambino”. E così Anselmo, che è stato abbandonato dal padre alla nascita, ma è cresciuto nella convinzione di essere figlio di un supereroe impegnato nella lotta contro i cattivi, diventerà l’Uomo di rame, grazie all’armatura costruita appositamente per lui dal fabbro del paese. Una corazza che lo rende invincibile e gli permetterà, alla fine, di difendere ciò che gli sta più a cuore: l’amore per una donna fragile e segnata dalla vita, anche lei rimasta un po’ bambina come lui. Ricordandoci il vero messaggio del film: le cose non sono mai quello che appaiono e, a volte, una corazza può rivelare ciò che, altrimenti, è invisibile agli occhi. (Antonella Patete)

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Fonte: Redattore sociale (www.redattoresociale.it)